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Il Dolomiti Pride sfilerà a Trento il 9 giugno 2018 per dare voce e visibilità alle istanze di libertà, autodeterminazione, inclusione e uguaglianza della comunità lesbica, gay, bisessuale, trans*, queer, intersessuale, asessuale e a tutte quelle persone che non si riconoscono nel binarismo di genere (LGBTQIA+).

Porteremo nella città del Concilio rivendicazioni che vengono da lontano: dagli anni Cinquanta con il coraggio e la disobbedienza di Rosa Parks in favore dei diritti civili dei neri; dal Sessantotto, di cui Trento fu protagonista, con gli/le studenti e gli/le operai/e uniti/e nella richiesta di un mondo più giusto; dai moti di Stonewall del 1969, con la comunità LGBT newyorkese che – stufa di soprusi, violenze e clandestinità – alzò la testa con un moto rivoluzionario d’orgoglio; dalle lotte femministe per l’autodeterminazione, contro misoginia e sessismo. È anche per omaggiare chi si è battuto prima di noi per un mondo più libero e inclusivo che saremo in strada quel giorno.

Il Dolomiti Pride abita spazi geografici, politici, culturali e linguistici di confine, quelli dell’arco dolomitico e dell’Euregio. Il confine vuole essere metafora di questo Pride. Confine che permette il dialogo tra identità e alterità, diventando luogo privilegiato per un’autodeterminazione critica, dialogante e solidale, luogo d’intersezione, d’incontro e d’inclusione. Ma anche confine che rischia di tradire questa sua vocazione diventando luogo di rifiuto, d’isolamento, di confino e di esclusione del diverso da sé. Un confine che, quindi, va necessariamente attraversato: perchè sconfinare è umano. Questo è l’orgoglio oltre i confini​ del Dolomiti Pride.

Le nostre rivendicazioni si ispirano ai valori di antifascismo​, antirazzismo​, antisessismo e ai principi di laicità​, libertà​, uguaglianza e solidarietà​. Per questo respingiamo la retorica della sobrietà e del decoro, che da sempre domina le polemiche attorno ai Pride, ritenendola uno strumentale tentativo di controllo della libera espressione di genere, da parte di una società ancora fortemente patriarcale e eteronormativa. Il Pride non è una manifestazione in punta di piedi che non mette in discussione nulla. Il Pride è una manifestazione che rivendica innanzitutto libertà e per farlo utilizza anche l’aspetto gioioso della parata, con tutti i suoi eccessi colorati e trasgressivi che richiamano sia le gesta delle drag queen nei moti di Stonewall, sia il carnevale, con il suo portato liberatorio ed egualitario. Nessuno può reprimere e controllare i nostri corpi, distinguendo modalità di stare nel corteo per bene da quelle per male. Noi non dettiamo a nessuno il dress code con il quale scendere in strada: il Pride è innanzitutto libera espressione di se stess*​.

Accanto alle istanze normative di uguaglianza​, il Dolomiti Pride vuole riportare al centro delle proprie rivendicazioni l’importanza della visibilità e dell’inclusione e soprattutto la libertà di autodeterminarsi e il ruolo centrale che cultura e educazione ​rivestono in questi processi.

In un Paese come il nostro e, ancor di più, in un territorio di provincia come quello dell’Euregio e dell’arco dolomitico, non sempre è facile per le persone LGBTQIA+ rendersi visibili. La visibilità è connessa al processo del coming out​, che è fondamentale per stare bene con se stessi, ma che non corrisponde solo a questo, perché la visibilità ha un portato critico e collettivo, oltre l’esperienza personale. Il Pride è l’istituzionalizzazione dell’esperienza di visibilità collettiva, necessaria per ribadire che, nonostante tante cose siano cambiate, permane la cultura patriarcale ed eterosessista che alimenta il sentire omobitransfobico diffuso. Il Dolomiti Pride sarà uno straordinario momento di visibilità e confronto collettivo della nostra comunità – e per comunità intendiamo la comunità tutta, eterosessuali e cisgender compres*. Sfileremo per le strade di Trento con un pensiero rivolto a chi la visibilità non può o non riesce ancora a permettersela, ai/alle tant* che nel nostro territorio sono vittime delle pressioni sociali eteronormative, a chi ha subito vessazioni e violenze nel nostro Paese e a chi, abitando in Paesi dove omosessualità e transessualità sono reati, deve ancora nascondersi o migrare. La visibilità rimane l’opportunità migliore che abbiamo per trasformare il mondo e l’unico modo per giungere ai processi di autodeterminazione: partecipare al Dolomiti Pride è una grande occasione per ri-affermarlo.

Condanniamo con fermezza l’omobitransfobia​, che consideriamo una forma specifica di violenza di genere​, poiché affonda le sue radici nella stessa cultura che opprime le donne e le maschilità non-virilistiche. Contrastare l’omobitransofobia significa, pertanto, decostruire le motivazioni che sorreggono la misoginia, la violenza maschile contro le donne e il femminicidio. Riaffermiamo con forza l’importanza di contrastare i movimenti cosiddetti “no gender​”, perché, dietro le loro battaglie contro la libertà e i diritti delle persone LGBTQIA+, si cela la non dichiarata – seppur evidente – finalità di invalidare il costrutto di genere, minando alla base i processi di emancipazione dal patriarcato e i risultati ottenuti in decenni di battaglie femministe, a partire dal diritto all’aborto.

L’omobitransfobia sociale è un problema serio e l’invisibilità di una parte considerevole delle persone LGBTQIA+ nel nostro territorio ne è la prova tangibile. Gli episodi di violenza fisica e verbale che assurgono all’onore delle cronache sono infatti solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che colpisce spesso nei luoghi che sono deputati alla crescita personale: la famiglia e la scuola. Per questo, pur sostenendo la necessità di una legge contro crimini d’odio motivati da omobitransfobia, riteniamo che sia prioritario agire sul piano della cultura​ e dell’educazione​.

Per prevenire l’omobitransfobia intrafamiliare ci appelliamo a tutti i genitori affinchè tengano presente la possibilità che i/le loro figli/ie possano vivere un’identità sessuale LGBTQIA+, perché siano capaci di amarli/e, sostenendo con coraggio il loro percorso di crescita, senza isolarsi o nascondersi per paura dei pregiudizi sociali. Invitiamo i genitori a cercare supporto in quelle realtà che sostengono la bellezza e il valore della vita dei/delle figli*, cercando genitori che hanno incontrato questa differenza e l’hanno saputa accettare, accogliere e sostenere.

Per contrastare il bullismo omobitransfobico riteniamo necessario che a tutti i livelli istituzionali – dallo Stato alla Provincia, fino alla singola scuola di ogni ordine e grado – ci si adoperi in modo sistematico e sistemico per educare alle differenze e all’inclusività​, perché contrastare il bullismo omobitransfobico permette condizioni di vita migliori per i/le ragazz* LGBTQIA+, riduce l’abbandono scolastico, aumenta la partecipazione alla vita sociale, libera creatività ed energie per il futuro.

In una società sempre più complessa la categoria dell’identità sessuale diventa insufficiente per comprendere le storie personali, se non la intersechiamo con le condizioni di vita materiale e simbolica che ognuno di noi abita. Una sfida, quella dell’intersezionalità​, all’immaginario inclusivo non solo per le persone LGBTQIA+, ma per tutta la comunità, perché ci interroga nuovamente sulla relazione identità/alterità, dove simile e straniero coabitano la materialità di una stessa vita. Ecco che non è la stessa cosa essere LGBTQIA+ uomo o donna, giovane o anziano/a, bianco/a o nero/a, cittadino/a italiano/a o migrante, abile o disabile, occupato/a o disoccupato/a, HIV positivo/a o negativo/a, sex worker, clochard, credente o non credente. L’intersezione tra l’identità sessuale e queste molteplici appartenenze determina posizionamenti concreti per definire vite vivibili, ovvero solidalmente sostenibili per le soggettività che le incarnano.

Di seguito le principali rivendicazioni che riteniamo importanti per alcune di queste appartenenze che si intersecano con l’identità sessuale. Per le donne:​ contrasto alla misoginia, al sessismo e alla violenza di genere, autodeterminazione del proprio corpo e delle scelte riproduttive, parità di salario e di accesso alle posizioni apicali al lavoro, contrasto della transfobia e dell’invisibilizzazione sottesa alla lesbofobia. Per le persone migranti​: condizioni di vita più dignitose, ripristino dei tre gradi di giudizio nella richiesta di protezione internazionale, strutture di accoglienza dedicate alle persone LGBTQIA+ per evitare il reiterarsi delle discriminazioni subite nei Paesi di origine. Per le persone disabili​: una legge in tema di assistenza sessuale, come strumento per dare risposta a un bisogno umano troppo a lungo negato. Persone HIV+​: contrasto allo stigma e alle discriminazioni che possono colpire queste persone sul lavoro e in altri ambiti di vita. Persone anziane​: contrasto alla cultura ageista, che discrimina ed esclude le persone LGBTQIA+ anziane, e ricerca di collaborazioni con le organizzazioni che lavorano con le persone anziane per rendere possibile anche nell’ultima età una esperienza visibile e ricca nonostante l’identità sessuale di minoranza. Sex worker​: riconoscimento di un lavoro sessuale libero e autodeterminato, contrastando lo sfruttamento sessuale e il traffico di essere umani, per restituire dignità e sicurezza a chi pratica questa professione, per rendere più concreta la possibilità di cambiare lavoro per chi lo desidera e ridurre lo stigma che produce la segregazione professionale; rifiutiamo ogni tentativo di inferiorizzazione e vittimizzazione delle donne che scelgono consapevolmente questa professione.

Il Dolomiti Pride vuole rimettere al centro delle rivendicazioni il tema dell’autodeterminazione​, come processo non solo intimistico e privato, ma come questione politica che pone il problema del riconoscimento, perché l’autodeterminazione non si può che co-costruire nella relazione con l’altro, proprio attraverso un processo di riconoscimento.
Questo è fondamentale in particolare per tutte quelle istanze inattese, per le quali sarebbe impossibile rivendicare uguaglianza senza che prima ne fosse riconosciuta l’esistenza.
Cogliamo e supportiamo le nuove sfide di autodeterminazione che interrogano il genere denunciando la sua narrazione binaria e genderista, sosteniamo con forza la necessità di riconoscimento e di supporto alle persone transgender, ai/lle bambin* gender variant, alle persone non binary e a quelle intersessuali. Sosteniamo, altresì, la necessità di riconoscere più orientamenti affettivi e sessuali, a partire dalla bisessualità e asessualità, e molteplici modelli relazionali e familiari.

È necessario che vengano rinnovati i percorsi di riconoscimento dell’identità per le persone transgender​, non solo attraverso una riforma della L. 164/82 che permetta la rettificazione del sesso anagrafico senza necessariamente ricorrere alla medicalizzazione, ma anche attraverso una complessificazione dell’immaginario di genere oltre gli assunti binari e il mito narrativo del “corpo sbagliato” che permetta la ricerca di quel personalissimo equilibrio per il benessere definito dalla persona stessa. Chiediamo che sia perseguita con decisione la depatologizzazione della condizione trans*, senza che questo precluda l’accesso gratuito alle cure per chi sceglie la medicalizzazione. Chiediamo, infine, che nelle Università sia previsto l’uso del nome elettivo anche se non ancora riconosciuto all’anagrafe introducendo la possibilità della “carriera alias” e che nel mondo del lavoro si adottino pratiche realmente inclusive delle persone trans*.

I/le bambin* gender variant ​(o gender non-conforming) rappresentano una sfida culturale e sociale altissima, che coglie impreparata anche la comunità LGBTQIA+ e che mette in discussione le fondamenta genderiste della nostra cultura. Per il benessere di quest* bambin*, delle loro famiglie e delle loro relazioni significative chiediamo che, con l’aiuto di psicologi/ghe e pedagogisti/e formati/e, si faciliti l’esplorazione di sé all’interno di uno spazio il più autodeterminato possibile e si sostengano i processi di inclusione negli ambienti di vita che devono guardare ad una forte pluralizzazione delle rappresentazioni di genere e a prese in carico rispettose e in grado di tollerare le non conformità poste da queste vite.

Anche le persone non-binary rompono gli schemi consolidati del binarismo di genere, arrivando ad interrogare le stesse narrazioni storiche delle esperienze trans*. Chiediamo, in primis alla nostra stessa comunità, di riconoscere e includere queste identità, rifiutando narrazioni problematizzanti, se non patologizzanti, che tentano di disciplinare il loro portato critico.

Chiediamo che i bambini e le bambine intersex non siano sottoposti alla nascita ad intervento chirurgico di orientamento del sesso, se non quando questo si renda necessario per la loro sopravvivenza, attendendo che il/la ragazz* possa autodeterminarsi, come suggerito dai Comitati di bioetica di molti Paesi, tra cui l’Italia. Chiediamo altresì che le famiglie di bambin* intersex e la comunità educante tutta siano supportate nel creare un contesto di vita accogliente e gender sensitive.

Il Dolomiti Pride riconosce il prezioso contributo che il queer apporta nel mettere in guardia la comunità LGBTIA+ dalle derive omonormative che rischia di prendere. Un anticorpo necessario a rifiutare le illusioni di normalizzazione delle persone LGBT*, normalizzazione che porterebbe a separare le esperienze LGBTIA+ per bene da quelle per male, escludendo di fatto queste ultime.

Tutte queste istanze identitarie così inattese, sono oggi oggetto di violenti attacchi negazionisti da parte dei movimenti cosiddetti “no-gender”, del femminismo essenzialista e anche dall’interno dello stesso associazionismo LGBTQIA+, come nei recenti posizionamenti estremi (leggasi escludenti) che il Dolomiti Pride rifiuta, poiché non si possono tollerare posizioni intolleranti che escludono parte della comunità stessa.

L’aumento di complessità che si registra nel sex-gender system scardina anche il binarismo dell’orientamento sessuale e affettivo etero/omo, aprendo ad un autentico riconoscimento della bisessualità (finora stigmatizzata e invisibilizzata da parte delle persone sia etero che omosessuali) e di tutti gli altri orientamenti sessuali minoritari (asessualità, demisessualità, pansessualità​) che il Dolomiti Pride considera una sfida arricchente per la nostra società.

Il Dolomiti Pride afferma anche il valore dell’autodeterminazione delle relazioni​, contro un modello relazionale unico socializzato come auspicabile. Crediamo che ogni tipo di relazione che si basi su libertà, responsabilità e rispetto reciproco debba trovare riconoscimento sociale e non vada in alcun modo stigmatizzato. Lungi dall’idea di famiglia tradizionale o naturale – peraltro inesistenti -, riteniamo che ognun* debba scegliere la modalità di stare in relazione più confacente a se stess*, dal vivere una vita di rapporti occasionali al costruirsi una relazione stabile con figl*. I modelli relazionali e familiari sono molteplici e, a prescindere dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere di chi ne fa parte, lo stare o meno in coppia, la genitorialità e l’esclusività dei rapporti rappresentano solo possibili scelte di vita e non obblighi sociali.

In contrasto con il moralismo benpensante e sessuofobo, il Dolomiti Pride difende le scelte di chi vive la sessualità in modo positivo, libero e consapevole, anche al di fuori di relazioni di coppia. Per questo promuoviamo una sessualità responsabile e chiediamo che anche le istituzioni scolastiche integrino in modo sistematico l’educazione alla sessualità e all’affettività nei programmi scolastici per dare le coordinate ai ragazzi e alle ragazze per muoversi nella complessità delle relazioni e per affrontare la sessualità in modo sereno e responsabile. Promuoviamo con forza la prevenzione delle IST (infezioni sessualmente trasmissibili), anche con programmi mirati agli MSM (maschi che fanno sesso con maschi), popolazione più vulnerabile per il tipo di rapporti sessuali a più alto rischio, per la versatilità dei ruoli e per la maggiore probabilità di incontrare una persona con IST in atto in una comunità che è di gran lunga più ristretta di quella eterosessuale. Chiediamo che siano diffusi i test ​community based per HIV e per le altre IST, per cogliere e trattare precocemente le infezioni, migliorando le condizioni di vita dei singoli e riducendo il rischio infettivo comunitario. Che si faccia prevenzione con campagne ad hoc e con la distribuzione gratuita di preservativi e lubrificante nei luoghi di aggregazione, scuole, centri di aggregazione giovanile, università e carceri. Che si promuovano e rendano gratuite per gli MSM le vaccinazioni per HAV e HPV​. Che – partendo da un dato di realtà e dalle più recenti evidenze scientifiche – si introduca la PrEP (Pre Exposure Prophylaxis) anche in Italia come strumento complementare o alternativo (dove l’aderenza all’uso del profilattico sia di fatto scarsa) per la prevenzione dell’HIV. Che si lavori sul contrasto allo stigma che ancora grava sulle persone HIV+.

Il Dolomiti Pride chiede con forza che le coppie omosessuali che lo desiderino possano accedere al pieno riconoscimento dei loro diritti attraverso il matrimonio egualitario ​e non con un istituto giuridico ad hoc come le unioni civili che resta di fatto discriminatorio. Riconoscere questo diritto alle persone omosessuali, come avviene ormai in 26 Paesi nel mondo, non solo non limita la libertà e non lede i diritti di chi già li possiede, ma funge da moltiplicatore per i diritti di tutt* e da argine contro l’erosione di quelli già acquisiti.

Nella convinzione del primato dei legami di genitorialità sociale, affettiva, relazionale su quelli biologici, chiediamo che ai figli e alle figlie delle famiglie omogenitoriali non venga riconosciuta solo la stepchild adoption, ma che si riconosca direttamente l’adozione legittimante da parte del genitore non biologico e che si riconoscano entrambi i genitori omosessuali alla nascita e che si trascrivano integralmente i certificati di nascita esteri con il riconoscimento della doppia maternità/paternità.

Se gli studi internazionali riconoscono ormai pari capacità genitoriale alle persone omosessuali, legittimando di fatto la “generatività genitoriale”, rimane aperto il problema della “generatività biologica”, evidentemente preclusa all’interno della coppia same sex. Per questo chiediamo che si riformi l’istituto delle adozioni​, per permettere che un/una bambin* possa essere adottat* anche da coppie omosessuali e da single, che si riformi la L. 40/2004 per permettere l’accesso alla fecondazione eterologa anche a donne single e coppie lesbiche e che si apra un dibattito serio su un tema complesso e controverso come la GPA (gestazione per altri), alla quale ricorrono nella stragrande maggioranza dei casi coppie eterosessuali. Riteniamo importante normare la surrogacy, convinti che la proibizione non sia la via da percorrere, ma che si debba farlo tenendo conto dei limiti e delle problematicità delle legislazioni di altri Paesi e dopo un approfondito dibattito bioetico e giuridico centrato sul principio di autodeterminazione della donna​, autodeterminazione che deve partire dalla scelta di intraprendere la gestazione ed arrivare sino al parto.

Il 9 giugno vi vogliamo con noi per le strade di Trento, orgoglios* di esserci, per sconfinare tutt* assieme verso un futuro realmente inclusivo.

Per approfondimenti si rinvia al Documento politico esteso, così come per l’elenco delle rivendicazioni (ultimo capitolo).

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