All’interno della brochure cartacea con i pre-eventi, ma anche qui, sul nostro sito, trovate “Mi piacciono i colori”, il bellissimo fumetto che Flavio Rosati, aka Il Flaviatore, ha dedicato al Dolomiti Pride. Il fumetto racconta la storia della piccola Agata, che percorre le strade di Trento in corteo insieme ai genitori e allo zio Enrico. Attorno a lei si muove un mondo vivace e coloratissimo, che Agata scopre con la meraviglia e lo stupore tipici dei bambini e delle bambine. Alla fine della giornata Agata avrà imparato cosa significa “essere liber* di essere”. Abbiamo fatto alcune domande a Flavio, per sapere come è nato il fumetto e come si sta preparando al Dolomiti Pride.

Come è iniziata questa collaborazione con il Dolomiti Pride?

Ho conosciuto Paolo Zanella l’estate scorsa, tramite i giornalisti de Il Dolomiti: mi sono proposto di realizzare, con Arcigay Nazionale, un fumetto. Dopo esserci incontrati, siamo sempre rimasti in contatto. Quando il Dolomiti Pride è stato concretizzato, gli ho proposto di fare un progetto in modo locale. Avevo però l’esigenza di raccogliere il materiale, fare ricerca.  Non avendo mai affrontato le tematiche sulla mia pelle, avevo bisogno di parlare con persone che la affrontano, di conoscere tutte le mille sfaccettature dell’arcobaleno LGBT. Paolo allora mi ha detto “parla con i giovani di Arcigay del Trentino”.

Cosa ti ha colpito di più, di questo incontro?

Da un punto di vista personale, mi ha colpito il mio essere guardingo. È stato come entrare in un nuovo gruppo di amici, di persone che non conosci: ho avuto un momento di spaesamento. Poi me ne sono vergognato. Perché sentirmi così? Credo che anch’io, negli anni, abbia subito qualcosa che mi ha messo sul chi va là e questo mi ha preoccupato, perché mi ritengo molto aperto. Bisogna avere un confronto su queste cose, perché anche le persone con una cultura alta non rimangono impermeabili. Anche le menti più illuminate distorcono la realtà dei fatti. A livello professionale, mi ha colpito il linguaggio verbale e del corpo dei giovani. Mi ha incuriosito, mi sembrava influenzato dalla cultura pop anni ’90. La “normalità” (parola che, ci tiene a sottolineare, trova molto brutta – ndr) della situazione mi ha stupito. Mi ha colpito la tranquillità con cui uno dei ragazzi ha parlato della propria storia d’amore. Quella stanza in cui i giovani si riuniscono è un porto franco in cui si sta comodi, in cui c’è una bellissima libertà.

Quando hai deciso di realizzare il fumetto avevi già un’idea in testa?

Avevo deciso di coinvolgere una famiglia eterosessuale e una coppia omosessuale, non sapevo se due ragazzi o ragazze: dopo aver incontrato il Gruppo Giovani, ho deciso di raccontare due ragazze. Avevo una leggera traccia della storia, in cui ho riversato tutte le paure ed esperienze che mi hanno raccontato. Ho voluto mostrare come il Pride sia un momento di libertà. Mi ha colpito il fatto che alcune coppie omosessuali si sentano a disagio a girare per Trento. Alcuni hanno spiegato che hanno paura di dare disturbo agli altri: hanno assorbito questo disagio. Ho cercato di condensare tutte le speranze che ho ascoltato nella famiglia, nello zio e nella coppia. Nel fumetto c’è una scena di preparazione al Pride: lo zio si toglie la camicia e si colora con i colori dell’arcobaleno. All’inizio volevo un fumetto solo in bianco e nero, ma i ragazzi e le ragazze del gruppo mi hanno fatto capire che l’arcobaleno comprende tutti. L’ho fatto per esprimere questo simbolo di libertà, divertimento e pace. Ho avuto un ottimo feedback da Facebook e tanti gesti di stima personale. In molti l’hanno trovato delicatissimo, e questo mi fa piacere. È una delle cose migliori che abbia mai fatto. Queste dieci tavole parlano di libertà. L’ho fatto anche per le mie figlie: sono piccole, ma desidero che siano libere di vivere la propria vita. L’assenza di libertà mi fa incazzare come un gorilla.

Quali altri aspetti della cultura LGBT ti incuriosiscono?

Il Pride mi ha aperto un mondo: sia perché c’è un pubblico che ha risposto bene, sia perché vorrei scrivere altre storie, svelare altre sfaccettature. Il fumetto è come una ricerca nella vita delle altre persone. Penso debbano essere descritti personaggi reali, non stereotipati. Bisogna andare oltre gli stereotipi e svelare la quotidianità degli altri. Se comprendi la quotidianità degli altri, comprendi che è simile alla tua. Dopo l’incontro con il Gruppo Giovani ho una visione molto più reale, più concreta delle tematiche LGBTI. Mi ha emozionato tantissimo perché mi ha dato quello che mi mancava: rispettare tutti, sapendo il perché. Alcune istituzioni non hanno capito, purtroppo, che bisogna confrontarsi con i cittadini, con quello che hanno e con la loro libertà di essere.

I tuoi progetti futuri?

Vorrei coinvolgere le associazioni LGBTI anche per trovare i fondi per progetti futuri: pubblicando sul web poi si arriva alle case editrici. Tramite il fumetto ho incontrato, in rete, 27.000 persone. Trovo che sia un mondo meraviglioso da raccontare. Vorrei scrivere un fumetto su come vive la propria quotidianità una famiglia LGBTI, e approfondire le storie dei migranti LGBTI. È un percorso di crescita personale, per me.

Sei mai stato a un Pride?

Il mio primo Pride sarà quello del 9 giugno a Trento: sono molto curioso. Sarà come l’ho disegnato io? Sarà sicuramente più bello.

Cosa diresti a un ragazzo/ragazza che ha dei dubbi sul venire al Pride?

Che per capire bisogna esserci, in una situazione. E il momento migliore è questa festa. Il modo migliore è guardarsi attorno senza pregiudizi, come la bambina che descrivo nel fumetto. Guardare i dettagli, i sorrisi. Non disquisire sul colore, ma guardare i baci, contare i numeri di baci, di sorrisi, di abbracci. Anche il numero di lacrime, certo: sarà un momento molto emozionante, rigenerante. Speriamo che per Trento sia una pietra miliare! E il bello sarà dopo, perché il Pride è l’inizio: da lì si parte per costruire. Che dire, rainbow is the new black.

(Intervista di Vittorio B)